Novembre 1945, la seconda terribile guerra mondiale è finita da poco dopo le devastanti esplosioni delle due bombe nucleari sganciate dagli aerei americani su Hiroscima e Nagasaki, il mondo ne è uscito distrutto, intere nazioni devastate, città rase al suolo e morti, milioni di morti e non morti accidentali, considerate dai comandanti danni collaterali, ma morti decise lucidamente a tavolino per eliminare intere popolazioni.
Sulla scia delle emozioni di quel conflitto, che aveva toccato ogni angolo del nostro pianeta, l’Organizzazione per le Nazioni Unite fonda l’UNESCO: United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la Scienza e la cultura) con la motivazione che viene esplicitata nel preambolo dell’atto costitutivo del nuovo ente:
“Poiché le guerre hanno origine nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace.”
In questi giorni sono stati festeggiati gli 80 anni della fondazione dell’Unesco e l’Italia ha festeggiato con un avvenimento speciale: il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio dell’Umanità, la convenzione adottata nel 1972 che diede il via all’istituzione della lista dei siti considerati, per vari motivi, patrimonio di tutta l’Umanità da preservare e proteggere per le generazioni future.
I siti sono raggruppati in patrimonio culturale (972 siti), patrimonio naturale (235 siti), paesaggio culturale (41 siti misti).
L’Italia detiene il record mondiale con il numero più alto di siti rispetto agli altri paesi della Terra, ben 61 siti, il primo dei quali l’arte rupestre della Valcamonica nel 1979, e poi interi centri storici, aree archeologiche, ville e parchi, cattedrali oltre ai beni immateriali cioè quelli che non sono rappresentati da siti fisici ma che appartengono alla tradizione come l’Opera dei Pupi, il canto a tenore, la dieta Mediterranea, i liutai, l’arte del pizzaiolo, il canto lirico, solo per citarne alcuni dei 20 tra i quali si è aggiunta in questi giorni la cucina italiana nella sua interezza,
perché, sottolinea l’Unesco, cucinare all’italiana “favorisce l’inclusione sociale promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso dell’appartenenza”.
Per toccare con mano la qualità e la quantità straordinaria dei cibi che appartengono alla nostra tradizione, la Fiera dell’Artigianato, che da 30 anni si tiene a Milano nella settimana a ridosso di Sant’Ambrogio, offre alle migliaia di visitatori di tutto il mondo di ammirare, assaggiare e comprare prodotti straordinari che giungono da decine e decine di città e piccoli paesi.
“Artigianato in fiera” apre le sue porte a tutti i paesi del mondo, si trovano stand dell’Asia, dell’Africa, delle Americhe e di quasi tutte le nazioni europee, nell’edizione del 2025 erano presenti ben 2800 espositori proveniente da 90 Paesi.
I ristoranti tipici offrono piatti golosi dal ramen alla bistecca texana


ma basta girare per gli stand ed è possibile assaggiare affettati, formaggi, dolci, vini, birre in modo da comprare effettivamente solo quello che piace, scelta in ogni modo ardua perché è difficile trovare qualcosa che non sia buono.
Quindi, per festeggiare degnamente la nuova entrée nel Patrimonio Unesco, potete partire per un bel viaggio in Italia o nel resto del mondo
o fare un giro all’Artigiano in fiera nei primi di dicembre di ogni anno o tra fine maggio ed inizio giugno per la versione estiva della stessa.
Ci diamo appuntamento già da ora per il prossimo anno? Io ci sto!
