Tazza Farnese

Il Mann, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si può annoverare indiscutibilmente tra i più ricchi e affascinanti musei italiani.

Tra gli innumerevoli tesori esposti ve n'è uno molto particolare che arricchisce la collezione delle gemme del museo: la Tazza Farnese.

Questo cammeo in aggiunta alla bellezza deve la sua fama alla sua storia. Esso rappresenta forse l'unico oggetto al mondo che nei suoi oltre duemila anni di vita sia passato da una mano all'altra di illustri proprietari che ne documentarono le vicissitudini.

La datazione della tazza si colloca, con qualche incertezza, tra il III e il I secolo a.C., probabilmente fu incisa ad Alessandria d'Egitto e rappresenta il più grande e famoso cammeo dell'antichità.

Da Alessandria d’Egitto si ipotizza che passò nelle mani dell’imperatore romano Ottaviano Augusto che la reclamò come unico oggetto del bottino di guerra a lui spettante dopo la conquista dell'Egitto (31 a.C), forse fu proprio questa la tazza acquistata da Nerone per un milione di sesterzi.

Dopo la caduta dell'impero romano finì a Costantinopoli, qui si hanno notizie probabili sulla sua esistenza nel 1239, quando è documentato l'acquisto da parte di Federico II di una tazza non meglio specificata.

Un disegno che la riproduce ne riconduce la presenza a Samarcanda o a Herat nel 1430, in seguito, intorno al 1450, la ritroviamo a Napoli nella collezione di Alfonso V d'Aragona, dopodiché passa nelle mani dell'arcivescovo Ludovico Trevisan e poi in quelle del papa Paolo II Barbo, che la tenne nella sua collezione in Palazzo San Marco (oggi noto come Palazzo Venezia, a Roma).

Dal suo successore, Sisto IV, la coppa passò a Lorenzo de’ Medici (1471) durante la sua visita a Roma quale ambasciatore proprio per l'incoronazione del papa. Esiste anche una nota di Lorenzo, risalente proprio a quel viaggio, in cui la Tazza Farnese viene chiamata “la scudella nostra di calcedonio intagliata” e vi si dice che fu portata a Firenze proprio da Roma. Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico la tazza fu inventariata come “Una schodella di sardonio et chalcidonio et agatha, entrovi più figure et di fuori una testa di Medusa” con un valore stratosferico per l'epoca, 10000 fiorini e andò ai suoi eredi fino al 1538 quando la quindicenne Margherita d'Austria, vedova di Alessandro de' Medici non la portò con sé in Austria insieme al resto dell'eredità del marito.

Dopo il matrimonio di Margherita con Ottavio Farnese la tazza entrò nella collezione Farnese che le diede il nome che detiene tuttora. Ereditata da Carlo III di Borbone, figlio di Elisabetta ultima discendente della dinastia Farnese, venne portata a Napoli nel 1736 e, intorno alla metà del secolo, fu trasferita a Capodimonte. Nel 1806, con l’arrivo dei Francesi, Ferdinando IV di Borbone la portò con sé a Palermo, e solo nel 1817 tornò a Napoli dove fu poi collocata nel Real Museo Borbonico e quindi al Museo Archeologico.

La Tazza Farnese è una phiale cioè un antico vaso rituale greco dalla forma circolare, con bordi bassi senza piede o maniglie che veniva usato durante i rituali religiosi per lo spargimento di vino, latte, olio offerti alla divinità.

La nostra tazza, fabbricata in agata sardonica, ha il diametro di 20 cm circa ed è finemente scolpita sia all'interno che all'esterno.

All'interno sono incise sette figure: una sfinge sulla quale è seduta una figura femminile appoggiata con il gomito sinistro sul capo della sfinge mentre nella mano destra stringe delle spighe, un uomo barbuto seduto su un albero sorregge una cornucopia e accanto a lui un giovane impugna un aratro e sulla spalla porta un sacco di sementi, due figure seminude sono sedute, una con in mano una phiale e l'altra una cornucopia mentre in alto svolazzano due uomini che afferrano un drappo gonfiato dal vento.

L'esterno della coppa è quasi interamente ricoperta dalla testa di una Gorgone.

Le spiegazioni delle allegorie sono state tante, la più accreditata sembra essere quella che identifica l'uomo barbuto con la personificazione del Nilo con i benefici che il fiume rappresentava per l'intero Egitto, a convalidare l'ipotesi la cornucopia sorretta dalla divinità,

Il Nilo

accanto a lui il giovane potrebbe essere Horus, il dio dalla testa di falco inventore dell'aratro e quindi dell'agricoltura.

Horus

La sfinge è ancora un richiamo all'Egitto in quanto non alata come quelle ellenistiche e la donna appoggiata a lei è Iside, dea della vita, della guarigione, della fertilità.

Iside e Sfinge

Le due donne a destra rappresentano le stagioni delle piene, la donna con la tazza in mano, e quelle del raccolto, la donna con la cornucopia.

La piena e il raccolto

Le divinità in alto sono la personificazione dei venti Etesii che provocano le inondazioni.

I venti Etesii

All'esterno è inciso il gorgoneion, la testa di Medusa, la Gorgone decapitata da Perseo con i capelli a forma di serpenti che sibilano e si contorcono in modo estremamente verosimile.

Arrivata intatta fino al 1900 tranne un minuscolo forellino in corrispondenza del naso di Medusa, fatto forse per inserirvi un piede e documentato già ai tempi di Lorenzo de' Medici, nel 1925 un custode prese a bastonate la teca dove era conservata facendola cadere, amorevolmente e splendidamente restaurata durante la seconda guerra mondiale fu murata in un'intercapedine in un muro nel museo per evitare razzie.

Non vi sono dubbi che la storia di questo oggetto così particolare sia piena di fascino e di mistero ma anche senza sapere nulla di dove sia stata scolpita, di cosa volesse raccontare lo straordinario artista, di quante mani l'abbiano accarezzata e quanti sguardi l'abbiamo ammirata, senza sapere nulla della sua lunga vita si rimane ugualmente affascinati da questo cammeo.

La trasparenza del materiale, il lucore candido delle figure, la delicatezza dei particolari dall'abbigliamento dei personaggi agli oggetti di scena utilizzati per identificare i protagonisti dell'incisione, la palpitante presenza dei serpenti che si attorcigliano intorno al capo di Medusa, tutto concorre a rendere la Tazza Farnese un oggetto contemporaneo in qualsiasi epoca storica abbia attraversato.

La sua bellezza senza tempo, unica in tutto il mondo, la rendono ancora più preziosa e non c'è bisogno di un grande sforzo immaginativo per comprendere il desiderio di imperatori e principi, cardinali e papi di possederla, lo stesso desiderio che pervade ogni turista che si ferma ad ammirarla e continua a scattare foto nell'innocua illusione di portare a casa almeno un'immagine di tanta perfezione.

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