Piacere Merisi, Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio

01 Caravaggio

Ma buongiorno! Quanta bella gente abbiamo oggi, permettete che mi presenti, mi chiamo Merisi, Michelangelo Merisi ma chiamatemi pure Caravaggio. Scommetto che siete qui per conoscere la mia storia ed io son ben felice di raccontarvela, mettetevi comodi che ora andiamo ad iniziare.

L’altro giorno mi sono alzato con una gran voglia di fare un giro per Roma mia bella… mi son guardato intorno bene bene mentre passavo da un vicolo all’altro, da una piazza a un’altra;

quanti anni so’ passati, potrei dire anche secoli ma è sempre bella questa città mia, sempre nuova con tanto da scoprire anche per chi, come me, ci ha vissuto i migliori anni della sua vita.

Lo so, qualche precisino starà a pensare che Roma non è la mia città, io mica ci son nato qua ma qui ho scelto di venire a vivere perché all’epoca mia, se volevi diventare grande qui dovevi venire a vivere, all’inizio me prendevano un po’ in giro perché parlavo lumbard, ora, dopo tanti anni, ho preso l’accento romanesco, se sente, no? Adesso, però, per favore, non interrompetemi più, son vecchio io, c’ho 454 anni, se continuate a chiedere cose, a voler sapere, perdo il filo e buonanotte ar secchio.

State boni e a poco a poco ve racconto la vita mia ma voglio farlo con calma non come facevo da giovane che avevo fretta, volevo godere di tutto, volevo ogni cosa subito, belle donne, buon vino, abbondante cibo, amici e nemici, anche quelli tanti, ma più di ogni altra cosa volevo dipingere, volevo fare quadri, tutti quelli che mi riusciva forse, perché, già lo sapevo che non avrei avuto tutto il tempo che mi serviva,

e lo sapete anche voi che nun avevo ancora 39 anni quando so’ morto e non ammazzato come tanti speravano ma di malattia mentre cercavo di tornare a Roma mia… ma andiamo con calma perché io, ormai, non ho più fretta e se a voi ve piace de starmi a sentì prendetevi un po’ de tempo e venite con me a fa’ du passi nel mio mondo.

Nacqui a Milano il 29 settembre 1571, giorno di San Michele Arcangelo e per questo mi misero nome Michelangelo, almeno così mi hanno sempre raccontato; i miei genitori si chiamavano Fermo Merisi e Lucia Aratori, sembrano i nomi di due personaggi famosi di un libro che ora non mi viene a mente ma il titolo me pare fosse proprio Fermo e Lucia, si erano sposati il 14 gennaio 1571 e come testimone di nozze ebbero Francesco I Sforza, marchese di Caravaggio e conte di Galliate; da Caravaggio, dove erano nati, si trasferirono a Milano dove mio padre credo che lavorasse come architetto, non lo so per certo perché morì che io avevo solo sei anni.

Fu in quell’anno, il 1577, che tornammo a vivere a Caravaggio per sfuggire alla peste che infuriava a Milano. Non servì a molto scappare in quel paesino, mio padre si ammalò e morì poco dopo e dopo di lui fecero la stessa fine nonno Bernardino e zio Pietro.

Quando compii tredici anni la mia mamma mi mandò a bottega a Milano presso il pittore Simone Peterzano che, diceva lui, era stato allievo di Tiziano. Rimasi presso il maestro Simone per quattro anni studiando con diligenza poi, finito l’apprendistato iniziai la mia vita anche se di quel periodo ricordo con chiarezza solo la morte della mia mamma, il 29 novembre del 1591; avevo da poco compiuto vent’anni.

Nel 1594 mi trasferii a Roma ospite di monsignor Pandolfo Pucci da Recanati che io chiamavo monsignor Insalata perché mi dava da mangiare solo quella, per questo e anche perché mi chiedeva solo copie di quadri di devozione abbandonai la casa e l’insalata di monsignor Pucci e provai ad arrangiarmi da solo dipingendo immagini sacre, canestri di frutta e qualche ritratto.

Ora ve la lancio una sfida: riuscite ad identificare i quadri dai quali sono tratti i particolari che vi ho presentato fino ad ora? Certo che se ne riconoscete la metà più uno siete davvero dei grandi appassionati dei miei lavori, se non è così non disperate, continuate ad ascoltare e scoprirete a quali tele appartengono.

La mia vita cambiò quando conobbi il pittore messinese Lorenzo Carli che mi ospitò nella sua casa in Via della Scrofa e mi diede lavoro nella sua bottega e fu lì che conobbi Mario Minniti che divenne uno dei miei più cari amici e mi servì da modello per alcuni quadri.

 Concerto (I musici), 1597 – The Metropolitan Museum of Art – New York

Il suonatore è il mio amico Mario e dietro di lui ci sono io, ammazza quanto ero bello in quel periodo!

 Concerto (I musici), particolare, 1597 – The Metropolitan Museum of Art – New York

Ma torniamo a noi, vi dicevo che lavorai presso altri artisti fino a che mi ammalai e fui ricoverato presso l’ospedale della Consolazione e da quel momento cominciai a sviluppare un mio stile personale realizzando le mie prime opere di una certa importanza come:

 Il ragazzo che sbuccia un frutto, (Mondafrutto), 1595-1596 ca. di proprietà di Sua Maestà Re Carlo III – Londra, dai documenti risulta per la prima volta inventariato nel 1688 tra i beni di Giacomo d’Inghilterra

 Fanciullo con canestro di frutta 1593-94, Galleria Borghese – Roma

Anche per questo quadro il modello fu Mario, la frutta ritratta è uva bianca, rossa e nera, mele, pesche, fichi, melograni e ciliegie insomma un cesto bello pesante e si vede la fatica che fa il ragazzo per sostenerle. I frutti sono belli maturi e pronti da mangiare, alcuni presentano delle ammaccature o delle imperfezioni come le foglie di vite che vanno dal verde, al giallo o sono addirittura appassite perché io avevo un’idea ben chiara in mente: l’arte deve essere vera, se sto dipingendo un frutto bacato io non posso ingannare lo spettatore e mascherare il difetto ma, se sono bravo pittore davvero, devo copiare il frutto esattamente così com’è.

Bacchino malato, 1593-94 Galleria Borghese – Roma

Il Bacchino fu il mio primo autoritratto, ero ancora convalescente, se non ricordo male lo dipinsi addirittura in ospedale, si vede proprio dal viso smunto che non ero proprio nella mia forma migliore.

Una volta guarito, un mio amico pittore, Costantino Spata, mi presentò al cardinale Francesco Maria del Monte che rimase incantato dalla mia pittura e acquistò alcuni dei miei lavori tra i quali I bari.

I Bari 1596-1597 ca. Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

Direi che potrebbe essere uno dei miei quadri preferiti, d’altra parte l’ambientazione non mi era di certo sconosciuta, quanti ne ho visti di giovincelli che si credevano furbi e si facevano spennare come polli, solo a guardarlo mi vien da ridere: il ragazzotto tutto impettito nel suo completino nero con solo il pizzo bianco della camicia che sporgeva dalle maniche e dal colletto, il cappello importante con quella piuma sbarazzina mentre lui osserva le carte come aspettandosi che da esse giunga il suggerimento per vincere la partita, il viso imberbe quasi di fanciulla mentre alle sue spalle il compare del baro gli guarda le carte e suggerisce cosa deve giocare, quanto mi piace quell’occhio solo che si vede che sembra voler uscire fuori dall’orbita per meglio vedere le carte ma anche il farsetto tutto decorato e quei guanti sdruciti sembrano proprio veri

I Bari, particolare, 1596-1597 ca. Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

mentre il baro, anch’egli giovane giovane, ha nella mano nascosta dietro la schiena le carte tra le quali tirare fuori quel 3 che gli serve per vincere.

I Bari, particolare, 1596-1597 ca. Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

Da quel momento divenni famoso e non solo per le risse da taverna dove, non so come mai, finivo sempre per essere coinvolto, ma per la mia arte, per il mio modo nuovo di dipingere, per quei dipinti che parlavano di vita vera, reale.

Riposo durante la fuga in Egitto, 1595-96- Galleria Doria Pamphilj- Roma

Fu in quel periodo che realizzai Riposo durante la fuga in Egitto, ancora me lo ricordo, l’angelo di spalle con le sue belle ali nere e bianche, un drappo candido che si avvolge intorno al corpo nudo, i riccioli biondi che sembrano muoversi e lui che suona il violino mentre di fronte a lui, incantato a guardarlo, Giuseppe con lo spartito in mano, quasi calvo, i capelli lunghi striati di bianco come la barba, i piedi nudi sovrapposti quasi a scaldarsi uno con l’altro e accanto il fagotto abbandonato e un otre.

Riposo durante la fuga in Egitto, particolare, 1595-96 Galleria Doria Pamphilj- Roma

A destra Maria, sfinita, che appoggia la gota sul capo del Bambino addormentato, Lui con la manina afferra un lembo dello scialle della sua Mamma che, pur dormendo, stringe a sé quel suo Figlio così prezioso con una mano mentre l’altra è abbandonata sulle ginocchia; tutto intorno alberi, fiori, sassi, un laghetto e il cielo che si sta schiarendo.

Riposo durante la fuga in Egitto, particolare, 1595-96 Galleria Doria Pamphilj – Roma

Ormai ero “Il Caravaggio”, un pittore affermato che poteva realizzare grandi capolavori. Nel 1599, grazie al cardinale Francesco Maria del Monte, ottenni una commissione straordinaria: due grandi tele da collocare in San Luigi dei Francesi nella cappella acquistata dal cardinale Mathieu Cointrel, in italiano Matteo Contarelli, quindi Cappella Contarelli come è conosciuta oggi,

 Cappella Contarelli – San Luigi dei Francesi – Roma

i quadri dovevano raffigurare la Vocazione

La vocazione di San Matteo,1599 1600 Chiesa di San Luigi dei Francesi -Roma

e il Martirio di San Matteo.

Martirio di San Matteo, 1599 1600 Chiesa di San Luigi dei Francesi – Roma

Finii il lavoro in meno di un anno. Nella vocazione racconto un episodio del Vangelo di Matteo (9,9-13: Gesù vide Levi il figlio di Alfeo, seduto all’ufficio della dogana e gli dice “seguimi”, egli lo seguì.) Matteo era un esattore delle tasse, si trovava in un locale con altri esattori intenti a contare dei soldi quando arrivano due uomini uno dei quali alza una mano e con gesto imperioso lo indica con il dito. Il gesto di Cristo è sottolineato dalla luce che entra da fuori scena e non dalla finestra posta nella parte superiore del quadro, e va a colpire direttamente il santo.

La vocazione di San Matteo, particolare

Ho lavorato tanto sulle espressioni dei vari personaggi da quello girato di spalle a quello seduto accanto a Matteo, al gesto indifferente di quello posto a capotavola che continua a contare i suoi soldi fino allo sguardo sorpreso di Matteo e a quel gesto con il dito che chiaramente chiede: “Ma stai parlando con me? Sei proprio sicuro di volermi tra i tuoi apostoli?” ed anche Pietro ripete il gesto del Maestro ma con meno enfasi, con meno imperiosità come se chiedesse al maestro insieme a Matteo: “Ma sei proprio sicuro di volere quello come colui che diventerà uno dei nostri fratelli?”

La vocazione di San Matteo, particolare

I turisti che sono lì ad ammirare le tele guardano attenti cercando di capire cosa stanno pensando i personaggi, ad immaginarsi nelle vesti di Matteo chiamato da una vita di agi e benessere ad una di povertà e rischio come si vede nell’altra tela che sta di fronte e racconta la morte dell’apostolo in una confusione di persone che partecipano al martirio e quelli che stanno a guardare inorriditi come il fanciullo che sta urlando tutta la sua disperazione mentre scappa via.

Il santo è a terra, le braccia aperte mentre il suo carnefice, seminudo, gli blocca il braccio, esattamente sopra il santo, su una nuvola, un angelo porge a Matteo la palma del martirio.

Sulla sinistra ci sono io che sbircio da dietro un altro spettatore.

Martirio di San Matteo, particolare

Subito dopo mi fu commissionata da parte di un commerciante una Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e poi da monsignor Cerasi, che aveva acquistato la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, due grandi tele con il Martirio di San Pietro

Martirio di San Pietro, 1600-1601 Chiesa di Santa Maria del Popolo Roma

e la Conversione di San Paolo di cui avevo fatto una prima versione che ora si trova in una collezione privata.

Nello stesso periodo Francesco Contarelli mi commissionò una terza tela da inserire sempre nella cappella di famiglia, San Matteo e l’Angelo che riprende sempre dal Vangelo l’immagine di un angelo che guida Matteo mentre scrive il suo Vangelo.

San Matteo e l’Angelo, 1602 Chiesa San Luigi dei Francesi – Roma

Vi dicevo prima che avevo fretta di vivere, volevo dipingere quadri, tanti quadri, uno più bello dell’altro ma non avevo tempo, non ce la facevo a star lì a fare lo sfondo, a curare i particolari così ebbi una grande idea: e se invece di dipingere quei meravigliosi paesaggi che Leonardo, Raffaello e tanti altri sapevano fare al punto da farci stare un mondo intero in un pezzetto di tela io avessi dipinto solo i personaggi? Alla fine a me quelli interessavano, volevo ritrarre le persone, cogliere i loro sguardi, le espressioni dei loro visi, fermare il tempo in un istante preciso e così ho dato inizio a quella corrente caravaggesca che, mi dicono i miei amici, ha segnato tutta la storia dell’arte dopo di me.

Madonna dei Pellegrini, 1604-1606 – Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio

Questo quadro è la dimostrazione di quello che dicevo, nella scena Maria e il Bambino e due pellegrini che sono andati in pellegrinaggio a Loreto nella meravigliosa chiesa dedicata alla Madonna, la leggenda dice che all’interno della sontuosa cattedrale è custodita l’umile casa di Maria trasportata da Nazareth da un angelo.

Vedete i piedi nudi dei due pellegrini? Sono la testimonianza del viaggio che avevano affrontato per raggiungere la città di Loreto,

Madonna dei Pellegrini, part. 1604-1606 – Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio

Le rughe raccontano gli anni passati a lavorare e a pregare, sono giunti a piedi da Roma a Loreto hanno girato intorno al santuario e come premio hanno assistito all’apparizione della Vergine e di Gesù e sono lì davanti a loro, a mani giunte, estasiati.

Madonna dei Pellegrini, part. 1604-1606 – Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio

Maria con un vestito da popolana appoggiata allo stipite di una povera casa in mattoni regge tra le braccia Gesù che alza una mano a benedire i due pellegrini

Madonna dei Pellegrini, part. 1604-1606 – Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio

Il volto di Maria è bellissimo, serio, concentrato sulla preghiera dei due fedeli.

 Madonna dei Pellegrini, part. 1604-1606 – Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio

Ve voglio confidare un segreto, il bellissimo volto della Madonna è quello di Maddalena Antognetti che me fece da modella anche per la Madonna dei Palafrenieri e la Maddalena in estasi. Lena, così la chiamavano tutti, era stata l’amica intima, avete capito, no?, der nipote di un papa ma non chiedetemi il nome tanto nun ve lo dico, dopo che le nacque un figlio divenne amica intima mia e la dipinsi così come lei era. Povera Lena mia, morì lo stesso anno mio a ventotto anni.

Maddalena fu la modella anche di altri quadri tra i quali la Madonna dei Palafrenieri che ora si trova nella Galleria Borghese.

Madonna dei Palafrenieri, 1605 Galleria Borghese – Roma

Mi fu commissionata il 31 ottobre del 1605 dai Palafrenieri Pontifici responsabili delle scuderie papali e doveva essere posizionata nella loro cappella nella nuova Basilica di San Pietro in Vaticano. Per questo quadro ricevetti 70 scudi, molto di meno di quanto ero abituato a ricevere per i miei lavori ma io accettai lo stesso perché mi piaceva l’idea di una mia opera posta nella nova basilica. Io finii il quadro e lo consegnai cinque mesi dopo, la tela fu posta in San Pietro ma vi rimase meno di un mese poi fu spostata alla chiesa di S. Anna dei Palafrenieri e appena i committenti mi saldarono il conto rivendettero la tela al prezzo di favore di 100 scudi al cardinale Borghese. Il motivo per cui il quadro non rimase al suo posto non l’ho mai saputo per certo, forse perché non fu data la cappella ai Palafrenieri, o forse perché il vestito scollacciato di Maria metteva troppo in mostra le grazie di Lena o pure perché S, Anna, patrona dei Palafrenieri non ha un ruolo centrale fatto sta che ancora oggi la tela si trova nella Galleria Borghese.

Il quadro rappresenta Maria, Gesù Bambino e Sant’Anna, Madre e Figlio schiacciano contemporaneamente la testa del serpente che rappresenta il peccato mentre si divincola per liberarsi,

Anna guarda la Figlia e il Nipote con aria assorta.

 Madonna dei Palafrenieri, particolare 1605 Galleria Borghese – Roma

A me piacciono tanto i riccioletti rossi di Gesù e la pettinatura arruffata della Madonna,

Madonna dei Palafrenieri, particolare 1605 Galleria Borghese – Roma

quella serpe che si divincola frustando l’aria e la luce che piove dall’alto e alla fine dovevo essere soddisfatto io dell’opera mia e non quelli che si lasciavano spaventare da un po’ di pelle in più esposta allo sguardo

Madonna dei Palafrenieri, particolare, 1605 Galleria Borghese – Roma

o per i piedi sporchi dei miei santi, io volevo dipingere il vero e questo facevo.

Visto che stiamo parlando delle mie modelle ve confido il nome di un’altra donna meravigliosa che ha reso i miei quadri indimenticabili. Si chiamava Fillide Melandroni, veniva da Siena ed era corteggiata e contesa da ricchi e poveri.

Fu lei a posare per Santa Caterina e in Giuditta e Oloferne.

Santa Caterina d’Alessandria, 1598-99 ca. Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid

Intanto io raffinavo la mia arte, sapevo di essere bravo ma volevo esserlo ancora di più: i miei quadri prendevano vita sulla tela, niente pose artefatte ma un istante fermato sulla tela, voi che conoscete la fotografia e il cinema sapete bene cosa sia un fermo immagine, ecco i miei quadri questo dovevano essere, un istante immortalato nell’attimo in cui accadeva e a guidare l’osservatore bastava la luce che tracciava il percorso, quella luce che io ricreavo nel mio studio con lampade, candele e ogni altro artifizio che mi veniva in mente.

 Vicolo del Divino Amore

Una volta costrinsi perfino la mia padrona di casa a ritagliare una finestra nel muro del mio studio dalla quale non potevo affacciarmi perché troppo in alto ma che mi serviva per avere quella luce che avrebbe reso i miei lavori immortali.

Casa dove visse Caravaggio

 Finestra della casa dove visse Caravaggio

Ma torniamo alla mia vita, ormai ero un pittore famoso, i miei quadri erano ammirati e comprati da grandi appassionati d’arte come il marchese Vincenzo Giustiniani di Genova vicino di casa del mio mecenate, il cardinale Del Monte. Il marchese oltre che apprezzare i miei quadri più di una volta riuscì a salvarmi dalle beghe legali dentro le quali, chissà perché, continuavo a finire. Ma oltre agli appassionati e ammiratori della mia arte c’erano i miei denigratori che non capivano il mio stile e che, per ignoranza o per invidia, andavano in giro a parlare male di me e dei miei lavori. Come avvenne con San Matteo e l’Angelo che Giovanni Baglione disse che era stata rifiutato perché Matteo non aveva l’aspetto compunto dei santi, stava con le gambe accavallate ed i piedi esposti ai fedeli.

Maddalena penitente, 1597 Galleria Doria Panphilj – Roma

Niente di tutto questo è vero, la tela era una pala d’altare provvisoria prima che io finissi il Ciclo di San Matteo, a lavoro finito fu sostituita la prima pala con quella che si trova ancora oggi nella chiesa. Ho saputo da poco che quella prima tela finì in Germania dove andò distrutta durante un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale… poi dicevano di me che ero un attaccabrighe.

Anche per La conversione di San Paolo in Santa Maria del Popolo si disse che la prima versione era stata rifiutata ma non è vero pe’ niente, furono gli eredi Cerasi a chiedermi di realizzare la nuova pala e di sostituire quella dipinta su legno di cipresso con il dipinto ad olio su tela che ancora potete ammirare nella Cappella Cerasi.

Conversione di Saulo 1600-1601 Collezione Nicoletta Odescalchi – Roma

Conversione di San Paolo – Cappella Cerasi Santa Maria del Popolo – Roma

Di un altro mio dipinto purtroppo ebbero ragione a dire che mi fu rifiutato, ero stato incaricato dai Carmelitani Scalzi di realizzare una Morte della Vergine per la chiesa di Santa Maria della Scala a Roma.

 Cappella del Transito della Vergine dove doveva essere esposta Morte della Vergine a Santa Maria della Scala

Io avevo assistito da poco al ripescaggio di una prostituta morta annegata nel Tevere, era così bella anche nella morte ma, ahimè, il gonfiore della pancia dovuto alla morte per annegamento la faceva sembrare gravida. Lì per lì mi arrabbiai con i monaci ma poi capii le loro ragioni anche se fui molto soddisfatto quando Peter Paul Rubens, un famoso pittore fiammingo che lavorava presso la corte dei Gonzaga a Mantova, la acquistò per 300 scudi che non erano mica bruscolini, poi il dipinto finì presso la corte di re Carlo I d’Inghilterra e alla sua morte per decapitazione i dipinti della collezione Gonzaga furono acquistati dal Finanziere e collezionista Everhard Jabach e poi da Luigi XIV, oggi lo potete trovare nella “Galerie des Italiens” al museo del Louvre di Parigi dove tutto il mondo può ammirarlo; come se dice a Roma:”thié”.

La modella di quel quadro fu Anna Bianchini detta Annuccia la rossa per i suoi capelli, della sua professione è inutile che ve parli, se avete capito che tipo fossi avrete anche capito dove cercavo i miei modelli, tra la gente del popolo, tra i poveri, uomini e donne sporchi, vestiti male ma veri perché io così intendevo la pittura, saper dipingere sì ma copiando fedelmente la natura e infatti non nascosi la fisionomia di queste donne anche troppo conosciute negli ambienti della Roma bene e in quelli dei quartieri malfamati che frequentavo io. E così Annuccia la ritrassi in Morte della Vergine, Riposo dalla fuga in Egitto, Maddalena Penitente e Marta e Maria Maddalena dove Annuccia era Marta mentre Fillide era Maddalena

Marta e Maria Maddalena 1598-1599 Detroit Institute of Arts, Detroit, Michigan

Quel periodo fu molto turbolento, bastonai un tale Girolamo Stampa di Montepulciano ospite del mio mecenate, continuavo a finire nei guai con la legge per zuffe, risse, violenze e schiamazzi e finii anche in carcere.

Sacrificio di Isacco 1603-1604 ca. Galleria degli Uffizi – Firenze

Nel 1601 fui rilasciato e tornai a dipingere prima la Cattura di Cristo e poi Amor vincit omnia. Ma cosa sto a raccontare tutte le volte che finii in galera o dovetti scappare per evitare l’arresto, una volta dovetti arrivare fino a Genova per salvarmi ma tornato a Roma ricominciai daccapo, lo so ero una testa matta ma mi piace pensare che era proprio la mia irruenza, il mio essere sanguigno che io trasmettevo ai miei quadri e per questo essi sono ancor così amati in tutto il mondo non certo perché io ero un violento e un attaccabrighe.

Medusa 1595-1598 ca. Galleria degli Uffizi – Firenze

Nel 1598 un mio dipinto giunse a Firenze, rappresentava Medusa, una delle Gorgoni, un mostro con la testa ricoperta da una miriade di serpi che si contorcevano e sibilavano con uno sguardo che aveva il potere di pietrificare chi la guardava. Perseo, l’eroe greco, la uccise con l’aiuto di Minerva e Mercurio recidendole il capo guardando la sua immagine riflessa in uno scudo. La mia Medusa fu commissionata dal cardinale Francesco Maria del Monte che ne fece omaggio al granduca Ferdinando de’ Medici. Medusa era considerata simbolo di prudenza e sapienza oltre che oggetto scaramantico e veniva riprodotta spesso.

Medusa 1597 Galleria degli Uffizi – Firenze

Quella che dipinsi io fu esposta in una delle sale della Galleria del Granduca a Palazzo Vecchio a Firenze, non era facile dipingere uno scudo convesso dove collocare la testa della Gorgone, con un abile trucco scenico la luce proveniente dall’alto proietta l’ombra della testa sul fondo verde dello scudo che sembra concavo così la testa sembra fluttuare. Medusa è colta nell’atto di urlare al momento esatto in cui la spada di Perseo recide il capo, dal collo mozzato sgorga a fiotti il sangue, la bocca spalancata nell’urlo, gli occhi stravolti, la fronte corrugata e quelle serpi che danzano e sembrano voler scappare dalla tela. Si, decisamente è una delle mie opere preferite!

Medusa 1597 Galleria degli Uffizi – Firenze

Oggi come allora tutti vorrebbero avere un Caravaggio nel museo della loro città, la gente fa la fila per vedere i miei quadri e restare lì incantati a guardarli.

Non ci credete? Fate come me, ogni tanto, zitti zitti, andatevene per Roma mia a cercare i miei quadri, entrate in una chiesa o in un museo, mettetevi seduti in disparte e ascoltate i discorsi della gente che fa la fila per vedere un mio capolavoro, così li chiamano, opere d’arte, e commentano e parlano e si indicano un particolare o l’altro o semplicemente stanno lì a guardare e ci tornano ancora e ancora perché lo sanno che in ogni pennellata io c’ho messo il core mio, il core e l’animo mio ed è questo che rende il mio lavoro così speciale.

Bacco 1597-1598 Galleria degli Uffizi – Firenze

Tornando alla mia vita turbolenta alla fine neanche i miei potenti amici poterono salvarmi, la sera del 28 maggio 1606, a Campo Marzio, durante il gioco della pallacorda fu commesso un fallo e io venni alle mani con un certo Ranuccio Tomassoni da Terni con il quale mi ero già scontrato altre volte per entrare nelle grazie di Fillide Melandroni, mannaggia a lei, non so come accadde, Ranuccio mi ferì ed io lo uccisi.

San Girolamo scrivente 1605-1606 Galleria Borghese -Roma

Questa volta nessuno poteva soccorrermi, fui condannato alla decapitazione che chiunque mi riconoscesse per strada poteva eseguire all’istante. A seguito di questa condanna cominciai a dipingere teste mozzate e spesso nella testa si poteva riconoscere il mio volto, per mia fortuna il principe Filippo I Colonna mi mandò nei suoi possedimenti in campagna facendo credere che mi fossi rifugiato in altre città. Per ringraziarlo dipinsi per lui diverse tele tra le quali anche una Cena in Emmaus che si trova ora nella mia città di nascita, Milano, nella Pinacoteca di Brera;

Cena in Emmaus , 1606 Pinacoteca di Brera – Milano

un’altra invece si trova alla National Gallery di Londra

Cena in Emmaus, 1601 National Gallery – Londra

Sempre in fuga mi rifugiai a Napoli dove dipinsi le Sette opere di Misericordia, la tela ebbe così grande successo che la Congregazione del Pio Monte che me l’aveva commissionata per 400 ducati stabilì che il dipinto non potesse essere venduto per nessun prezzo, che sarebbe dovuto rimanere per sempre in quella chiesa e che nessuno poteva effettuarne delle copie tranne alcuni artisti scelti da loro. Per poter godere del dipinto non solo dalla chiesa ma anche dagli ambienti privati fu creata un’apertura sulla sala del Coretto ma io non mi sorpresi di questo successo, nella tela avevo messo proprio di tutto, ambientato in una strada di Napoli 14 personaggi interpretano le sette opere di Misericordia, santi come Martino e Giacomo, Sansone, le virtù teologali e cardinali, Maria e il bambino, qualche angelo e le mie ombre e le mie luci. Ve pare poco?

Le sette opere di Misericordia, 1606-1607 Pio Monte della Misericordia – Napoli

Durante i due soggiorni a Napoli, oltre alle Sette opere di Misericordia che fu il mio primo lavoro nella città partenopea ne dipinsi diversi altri che ora ve racconto.

Un bellissimo dipinto è la Flagellazione di Cristo, quel Cristo così bello, un giovane nel pieno delle forze che si sottopone alle torture con rassegnazione, il corpo bagnato da una luce abbagliante che scende dall’alto illuminandolo in pieno e enfatizzando il candore della fascia che lo avvolge, i tre aguzzini che godono a maltrattarlo e si vede con quanta soddisfazione lo legano o preparano gli strumenti di tortura.

Flagellazione di Cristo, 1607-1608 Museo nazionale di Capodimonte – Napoli

E quel viso così infinitamente triste, lo sguardo abbassato, la corona di spine che aggiunge strazio a quello che subisce e quelle lacrime di sangue che spiccano sul pallore del volto.

Flagellazione di Cristo, particolare, 1607-1608 Museo nazionale di Capodimonte – Napoli

Parliamo ora di Giuditta che decapita Oloferne

La modella di Giuditta è stata Fillide Melandroni che, purtroppo per me, fu anche la causa inconsapevole della mia rovina.

Giuditta che decapita Oloferne, 1599-1600 ca. Galleria Nazionale di Arte Antica –                  Palazzo Barberini – Roma

Il quadro rappresenta Giuditta, vedova ebrea che, per salvare la sua città assediata, seduce il generale delle truppe assire Oloferne, lo fa ubriacare e poi lo decapita gettando nel panico l’esercito assediante che si ritira.

Giuditta che decapita Oloferne, particolare 1599-1600 ca. Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Barberini – Roma

La faccia di Giuditta è un capolavoro, sta facendo una cosa terribile che non è da lei, si tira indietro come ad allontanarsi dall’atto che compie però non esita ad affondare la spada nella gola dell’invasore mentre con la sinistra gli afferra i capelli, Oloferne, davanti al quale tremavano eserciti interi, urla tutta la sua paura, il dolore e l’odio per quello che gli sta capitando.

Giuditta che decapita Oloferne, particolare 1599-1600 ca. Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Barberini – Roma

Da notare come il sangue che schizza in getti potenti imbrattando il cuscino non sporchi ne’ le mani ne’ le vesti della nostra bella vedova. Io l’ho sempre pensato: se vuoi un lavoro fatto bene, pulito, eseguito a dovere devi chiamare una donna.

Giuditta che decapita Oloferne, particolare 1599-1600 ca. Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Barberini – Roma

Accanto a lei l’espressione corrucciata nel volto con il naso grifagno della vecchia che, panno alla mano pronta ad avvolgervi il capo mozzato del nemico, aspetta che la sua padrona finisca il lavoro.

Giuditta che decapita Oloferne, particolare 1599-1600 ca. Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Barberini – Roma

A Londra si trova Salomè con la testa del Battista,

Salomè con la testa del Battista, 1607 National Gallery – Londra

 e poi la Crocifissione di sant’Andrea realizzata nel 1607 e che ora si trova presso il Museo d’arte di Cleveland e la Madonna del Rosario del 1605 conservato al Kunstthstorisches Museum di Vienna  Solo i primi due sono ancora a Napoli mentre gli altri li potete trovare un po’ de qua e un po’ de là. Ora ve prego, fatemi na cortesia, prima di affrontare l’ultimo periodo della mia vita datemi un po’ de respiro, con tutte queste teste tagliate e sacrifici sembra che io non abbia mai avuto niente di bello in vita mia e invece non è così. Ricordo le serate con gli amici e le risate, le beffe e gli scherzi matti a poveri malcapitati, le grandi bevute e le abbuffate nelle osterie ma anche nelle case signorili di cardinali e cavalieri. Ho avuto tanti amici e tante donne, le più belle de Roma. Per farvi rilassar ora ve presento qualche opera come dire un po’ più leggera come questa:

Narciso 1597-1599 Galleria Nazionale d’Arte Antica presso Palazzo Barberini – Roma

Ve ricordate la storia di Narciso, il fanciullo che si specchia in un laghetto e si innamora di se stesso. Qualcuno ha detto che ero io il modello del quadro, non è vero però un po’ Narciso lo ero davvero, io me piacevo proprio e lo prova il fatto che in tanti quadri miei da qualche parte ci sto pure io.

Ecco qua un altro dipinto che mi piace:

La Buona ventura 1596-1597 ca. Musei Capitolini- Pinacoteca Capitolina, Roma

Vedete come sono lindi i personaggi? Anche la zingara è talmente pulita che se po’ quasi sentire il suo profumo

La Buona ventura, particolare 1596-1597 ca. Musei Capitolini- Roma

E il giovinotto? Non ve pare bello? Tutto azzimato, la spada al fianco, il mantello buttato su una spalla, il cappello con quella piuma che vibra leggera al vento.

La Buona ventura, particolare 1596-1597 ca. Musei Capitolini- Roma

Cosa starà leggendo nella mano la zingara che guarda sorniona il pollastrello? Di sicuro belle notizie, non può fare diversamente se vuole ottenere il pagamento. Sta promettendo soldi a palate o forse un amore meraviglioso con la donna più bella del mondo? O forse una vita lunga per godersi i suoi soldi in salute insieme ai suoi nipoti? Anche io avrei pagato chissà che cifra per avere la promessa di una vita così.

La Buona ventura, particolare 1596-1597 ca. Musei Capitolini- Roma

Un omaggio va anche al Cardinale Maffeo, mi fu amico sincero e mi salvò più volte di quanto meritassi. Maffeo Barberini, che diventerà papa con il nome di Urbano VII, grande appassionato d’arte e di cultura mi commissionò, tra il 1603 e il 1604, il Sacrificio di Isacco che ora si trova agli Uffizi

Ritratto di Maffeo Barberini 1598-1599 ca. Collezione privata

Quando posava per me se metteva tutto de lusso e aveva sta camicia candida con mille pieghe che mi sono ingegnato de riprodurre una ad una

Ritratto di Maffeo Barberini, particolare 1598-1599 ca. Collezione privata

Anche con le nature morte me la cavavo mica male, ne ho dipinte tante nei miei quadri ma in questo ho voluto che fosse il canestro di frutta l’unico soggetto e mi è venuto troppo bene tanto che ho saputo che il Cardinale Borromeo che l’aveva acquistata per farne dono alla Pinacoteca Ambrosiana ne voleva un’altra che le fosse al pari ma non era riuscita a trovarla così la mia canestra era rimasta sola.

  Canestra di frutta, 1597-1600 ca. Pinacoteca Ambrosiana – Milano

Due turisti, l’altro giorno, in Santa Maria del Popolo, parlando tra di loro come due grandi esperti dicevano che gli specialisti sono in grado di identificare tutte le piante che io dipingevo, an vedi che sforzo, e anche il grado di maturità della frutta. A me veniva da ridere, non mi sembra una cosa difficile dipingere mele, pere, uva e tutto quello che cresceva negli orti ed io ne andavo matto sia per mangiarle che per dipingerle. Pensare che è finita, insieme al mio ritratto, sulle banconote da 100000 lire.

 Canestra di frutta, particolare 1597-1600 ca. Pinacoteca Ambrosiana – Milano

Di questo San Giovanni non vi racconto molto, ne ho dipinti talmente tanti che ne ho perso il conto, di questo me piace l’agnello che sembra placido e tranquillo ma se lo guardi leggi nel suo sguardo una domanda, una preghiera o una sfida, dipende da come l’anima tua in quel momento guarda, vede un agnello o vede il Cristo? Vuole risposte o offre aiuto? Ogni dipinto racconta una storia, io ho scritto la mia versione quando ho tracciato una pennellata dopo l’altra, la versione di chi guarda è tutta un’altra storia.

  San Giovanni Battista, 1594-1595 Cattedrale di Santa Maria – Toledo

Passatemi ancora un ultimo quadro prima di tornare alla mia vita.

 

Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1596 National Gallery – Londra

Ce sta stò ragazzetto che infila la mano tra le foglie poste su un tavolo, d’un tratto la ritrae; nascosto tra le foglie della frutta c’era un ramarro, il piccoletto s’attacca al dito medio del ragazzo e non lo molla neanche quanno quello tira la mano indietro, c’è anche un vaso con un’acqua così limpida che se vede cosa c’è sta dietro ma il capolavoro è quello sguardo che più che addolorato è quasi offeso, ma come si permette quella lucertolina a dargli un morso così all’improvviso senza che lui avesse tentato di fargli male? Il suo viso vi ricorda qualcuno? A me sì.

Ragazzo morso da un ramarro, particolare 1595-1596 National Gallery – Londra

Ma torniamo a parlare della mia vita.

Il 25 giugno del 1605 presi un impegno scritto con Monsignore Massimo Massimi che mi pagò per un quadro della grandezza di quello dell’Incoronazione di Cristo che avevo già finito. Ora un me ricordo se fu proprio questo qua o se quello che feci io fu quello che si trova a Madrid, però, anche nel dubbio, me piace lo stesso anche perché Pilato me sembra proprio che mi rassomigli.

 Ecce Homo, 1605   Galleria di Palazzo Bianco – Genova

Il quadro rappresenta il momento in cui Ponzio Pilato presenta al popolo il Cristo dopo la fustigazione e l’incoronazione a re con la corona di spine (Vangelo di Giovanni 19,5). Pilato indifferente offre agli sguardi del visitatore la vista del Condannato che impugna una canna come scettro, alle sue spalle il carceriere che sta forse riavvolgendo le spalle di Gesù con il manto prima di condurlo via e il Cristo che non alza lo sguarda a fissare il popolo che lo vuole crocifisso, dal torso nudo emana la luce che illumina la scena

Davide con la testa di Golia, 1609-10 Galleria Borghese – Roma

Che dire di questo quadro? Ero davvero disperato in quel periodo, continuavo ad immaginarmi decapitato ma ancora vivo, allora sceglievo soggetti dove c’era qualcuno che perdeva la testa quasi ad esorcizzare la mia fine, in qualche modo deve aver funzionato perché non finii decapitato. Se lo riguardo ora mi colpisce lo sguardo triste di Davide, non sembra contento di aver sconfitto il gigante

Davide con la testa di Golia, particolare, 1609-10 Galleria Borghese – Roma

ed anche la mia testa me fa impressione, i capelli arruffati, la barba lunga, il volto scavato e quegli occhi uno quasi chiuso e l’altro che ti guarda dritto in faccia che sembra dirti: “A che è valso essere grande e grosso per poi essere ucciso da un ragazzetto?” e la bocca che urla impotente perché, anche se arrivasse qualcuno in aiuto, è ormai troppo tardi.

Davide con la testa di Golia, particolare, 1609-10 Galleria Borghese – Roma

Nel 1607 partii per Malta dove speravo di diventare cavaliere di Malta e in quanto tale ottenere l’immunità dalla condanna papale, realizzai anche due tele per la Concattedrale di San Giovanni alla Valletta, la Decollazione di San Giovanni Battista un enorme quadro, il più grande che mai realizzai, posto ancora oggi nella sagrestia della Cattedrale

Decollazione di San Giovanni Battista, 1608 Concattedrale di San Giovanni, La Valletta            (foto di Paola Levato)

e il San Girolamo scrivente.

 San Girolamo scrivente, 1608, Concattedrale di San Giovanni, La Valletta (foto di Paola Levato)

Intanto ero stato investito della carica di “cavaliere di grazia” ma finì di nuovo a botte, durante un violento litigio con un cavaliere di rango superiore si scoprì che ero stato condannato a morte, fui imprigionato ma ancora una volta i Colonna vennero in mio soccorso aiutandomi ad evadere. Il 6 dicembre fui espulso dall’ordine dei cavalieri, te saluto speranza di immunità!

Fuggito da Malta mi recai a Siracusa ospite del mio amico Mario Minniti che mi fece conoscere le bellezze della città, fui io a dare il nome di Orecchio di Dionisio alla Grotta delle Latomie o almeno così mi par di ricordare. In quel periodo dipinsi il Seppellimento di Santa Lucia, patrona di Siracusa, per la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro e mi piacque ambientare la scena proprio nelle grotte che mi erano così tanto piaciute. A Messina dipinsi la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori. Ripartito da Messina tornai a Napoli dove continuai a lavorare a numerose tele poi perdute per il terremoto del 1805 e realizzai per Marcantonio Doria il Martirio di Sant’Orsola, il mio ultimo capolavoro.

 Martirio di Sant’Orsola, 1610, Gallerie d’Italia – Napoli

Nel 1610 mi giunse notizia che il papa volesse revocare la mia condanna a morte così partii alla volta di Roma con una feluca ma a Palo di Ladispoli fui fatto scendere per controlli mentre il mio bagaglio, con i miei preziosi dipinti che avevo promesso al cardinale Scipione Borghese, continuò il suo viaggio fino a Porte Ercole. La famiglia Orsini mi fornì un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole dove giunsi stanco e malato, con la febbre alta forse a causa di un’infezione intestinale che avevo trascurato nella fretta di raggiugere Roma. Fui ricoverato nel sanatorio Santa Maria Ausiliatrice dove mi spensi il 18 luglio 1610, avevo ancora da compiere 39 anni.

 San Francesco d’Assisi in estasi 1587-1598 ca. Wadsworthh Atheneum Museum of Art, Hartford, Connecticut

Fecer crudel congiura

Michele a’ danni tuoi Morte e Natura:

questa restar temea

da la tua mano in ogni imagin vinta,

ch’era da te creata, e non dipinta;

quella di sdegno ardea,

perché con larga usura,

quanto la falce sua gente struggea,

tante il pennello tuo ne rifacea

Giovanni Battista Marino, La Galeria, 1619

Marta e Maria Maddalena, particolare, 1598-1599 Detroit Institute of Arts, Detroit, Michigan

Queste le parole che mi dedicò il mio amico Giovanni, mi piace che lui dica che la Morte e la Natura si sono alleate in una crudele congiura perché la Natura aveva paura che io la superassi creando immagini che sembravano vere mentre la morte ardeva di sdegno al pensiero che per quante persone la sua falce distruggesse tante io con il mio pennello ne facevo rivivere.

Ed ora ve saluto brava gente, potrei parlarvi ancora di tanti miei lavori ma non voglio annoiarvi, se vi fa piacere quando andate in giro per il mondo cercate i miei quadri, sarà un incontro spero piacevole per voi come è stata per me questa bella chiacchierata. Ora, però, so’ stanco, me ne vado piano piano, forse me fermo al Casino dell’Aurora a Villa Ludovisi dove realizzai l’unico affresco della mia carriera e guardando il mio volto riprodotto in quello de Giove, Nettuno e Plutone magari m’addormento e me riposo.

Santa Caterina d’Alessandria, 1598-99 ca. Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid

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