Bernini “E il marmo diventa carne…”

00 Bernini

Passeggiando per le strade di Roma, sostando nelle sue piazze, entrando nelle chiese, visitando i musei senti un nome che viene sussurrato ed un'ombra leggera ti accompagna silenziosa in attesa di un'esclamazione di meraviglia, la intravedi all'ombra di un colonnato, ti spia tra gli spruzzi di una fontana, la incontri davanti ad una statua, ti osserva mentre ti inchini davanti ad un altare e il nome risuona come musica lieta: Lorenzo…, Gian Lorenzo..., Bernini..., Bernini..., Bernini...

Autoritratto di Bernini in età giovanile – Galleria Borghese - Roma

Sembrava che il Rinascimento avesse raggiunto l'apice della bellezza, le statue di Michelangelo, Donatello, Jacopo della Quercia erano perfezione assoluta poi, il 7 dicembre 1598, nasce a Napoli Gian Lorenzo Bernini, figlio di Pietro Bernini, scultore toscano nato a Sesto Fiorentino, e di Angelica Galante, napoletana.

Fontana del Gigante di Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino - Napoli

Lorenzo trascorre l'infanzia a Napoli dove il padre era stato chiamato a lavorare alla Certosa di San Martino, nel 1606 la famiglia si trasferisce a Roma ed è lì che inizia la carriera straordinaria di questo grande artista che, ancora bambino, si parla di 10 anni, inizia a collaborare con il padre che gli fa da maestro. La prima scultura attribuita al piccolo genio è la capra Amaltea con Giove fanciullo, all’epoca Gian Lorenzo aveva circa 7 anni.

Capra Amaltea – 1605 - Galleria Borghese - Roma

Ma Bernini non è solo scultore, è pittore, architetto, scenografo con un gusto cinematografico per gli effetti speciali d'impatto dirompente con tutta l'arte precedente, la sua arte rappresenta il trionfo del barocco romano, è la natura che diventa scultura, le emozioni che vibrano nel marmo, non più perfezione assoluta ma umanità sofferente, trionfante, estatica, racconti scolpiti, abilità che superano il virtuosismo.

Prova di queste eccezionali capacità si ritrova negli straordinari angeli che scolpì durante la sua vita, due di questi li troviamo nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma.

Facciata della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte - Roma

Nel 1667 Papa Clemente IX commissionò a Bernini la riprogettazione di Ponte Sant’Angelo,

Il progetto prevedeva la realizzazione di dieci statue di angeli ognuno dei quali con in mano uno strumento della Passione di Gesù, a realizzare le sculture furono chiamati otto allievi del maestro e Bernini stesso ne realizzò due, l’angelo che sorregge il titulus crucis cioè la scritta posta sulla croce INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno re dei Giudei )

e l’altro che sorregge la corona di spine.

Quando Clemente IX vide la bellezza delle statue decise che non potevano essere esposte a tutti i rischi connessi al loro posizionamento sul ponte, al loro posto ne vennero fatte due copie che ancora si trovano insieme agli altri otto sul ponte che dall’altra sponda del Tevere collega la città a Castel Sant’Angelo e da lì attraverso via della Conciliazione alla basilica di San Pietro,

I due angeli del Bernini il papa li donò al nipote, il cardinale Jacopo Rospigliosi che però non ne prese mai possesso lasciandoli nello studio di Bernini fino a quando il nipote dello scultore Prospero Bernini, nel 173,  li donò alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.

 Autoritratto di Bernini in età matura – Galleria Borghese - Roma

Ad oggi le opere di Gian Lorenzo Bernini, oltre che a Roma, si trovano a Firenze, Siena, Bologna, Genova, Venezia, Modena, Rieti, Bracciano, Ariccia, Osimo, oltre che nei grandi musei del resto d'Europa e delle Americhe e questo ci può dare un'idea approssimativa non solo del grande genio dell'artista ma anche della sua prolificità senza considerare i suoi quadri essendo anche un valente pittore, le scenografie e le opere teatrali che ne fanno un artista a tutto tondo.

Tra le tante attività Gian Lorenzo si occupò anche di restauri di opere classiche come l’Ares Ludovisi,

 Ares Ludovisi Palazzo Altemps - Roma

la scultura, di epoca romana, scoperta nel 1622 fu affidata al Bernini che ne rifinì la superficie e ricostruì il piede destro e l’elsa della spada,

probabilmente anche il cupido che gioca ai piedi della divinità fu un’aggiunta del Bernini.

L’artista lavorò per tutti i papi che salirono al soglio pontificio durante la sua lunga vita oltre che per innumerevoli cardinali, alti prelati della chiesa vaticana, nobili e regnanti lasciando sempre il segno tangibile del suo genio e regalandoci ritratti marmorei che raccontano la storia di quel secolo che vede all'opera artisti che cambiano il concetto stesso di arte come Bernini stesso, Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Guido Reni.

Ritratto di Francesco I d’Este – Gallerie Estensi- Modena

Nel 1623 diventa papa il primo mecenate dell'artista, Maffeo Barberini, con il nome di Urbano VIII, che assegnerà a Bernini una serie di cariche sempre più importanti fino a nominarlo direttore dei lavori della basilica di San Pietro in Vaticano. Bernini si dedicò alla basilica con tutto il suo fervore artistico progettando e realizzando anche la scenografica piazza antistante alla chiesa che fa parte della Città del Vaticano ed è delimitata dal confine con lo Stato Italiano, il confine è segnato al suolo da una linea curva di travertino. Si accede alla piazza da via di Porta Angelica o da Via della Conciliazione che fu creata a partire dal 1936 in seguito alla firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 che sancivano l’avvenuta riconciliazione tra la Santa Sede e lo Stato Italiano.

Procedendo lungo Via della Conciliazione da Castel Sant’Angelo la basilica diventa il punto focale e quando si giunge alla piazza diventa chiaro quello che Bernini disse per chiarire la sua visione di quel progetto straordinario. Secondo il grande artista: “… essendo la chiesa di San Pietro quasi matrice di tutte le altre doveva haver un portico che per l’appunto dimostrasse di ricevere a braccia aperte maternamente i Cattolici per confermarli nella credenza, gl’Eretici per riunirli alla Chiesa e gl’Infedeli per illuminarli della vera fede” e l’effetto è proprio quello di un grande abbraccio che accoglie fedeli e turisti senza distinzioni di sorta.

La piazza, con una chiara struttura geometrica, è formata da un ovato tondo che è il risultato di due semicirconferenze che si intersecano nei rispettivi centri ed è collegata alla basilica da una piazza più piccola a forma di trapezio. Bernini aveva dovuto risolvere numerosi problemi a partire dal rendere visibile la cupola di Michelangelo dalla piazza, Carlo Maderno, che aveva progettato la facciata, aveva tentato di risolvere il problema abbassandone l’altezza.

L’altro grosso problema era il dislivello che c’era tra l’ingresso della basilica e il fondo della piazza. La soluzione di Bernini della gradinata che raggiunge il sagrato posto in alto rispetto allo spazio circostante e quindi pienamente visibile da ogni punto risolve il problema del dislivello, il colonnato racchiude lo spazio ma la forma ovale dà l’impressione che questo si espanda e nello stesso tempo fa percepire la chiesa come più vicina agli spettatori.

Il porticato che doveva servire anche da protezione dalle intemperie ai tanti pellegrini è composto da 284 colonne, disposte su quattro file alte 16 metri e 88 enormi pilastri, in alto, sulla grande balaustra che copre il colonnato sono disposte 140 statue di santi, alte esattamente la metà delle statue poste sulla facciata della basilica del Maderno.

Al centro della piazza si trova l’obelisco proveniente dal circo di Caligola e di Nerone che si trovavano sul Colle Vaticano, ai lati dell'obelisco, sono poste due piastrelle che indicano i centri della piazza, da quel punto le quattro file di colonne sembrano perfettamente allineate una dietro l'altra così da poter vedere solo la prima mentre spostandosi lungo l'arco del porticato si ha l'impressione che siano le colonne che si avvicinano e si allontanano.

Le due fontane ai lati dell’obelisco sono una del Maderno e una di Bernini stesso.

Nel 1629, alla morte di Carlo Maderno, Bernini fu nominato architetto della Fabbrica di San Pietro, con questo ruolo realizzò il ciborio, quel baldacchino di San Pietro che calamita lo sguardo dei visitatori all’interno della basilica. Il baldacchino è la prima commissione pubblica che gli venne affidata dopo l’elezione di papa Urbano VIII, fu ultimato nel 1633 ed è anche la prima sua opera in cui si fondono scultura ed architettura.

  Baldacchino dell’Altare Maggiore. Basilica di San Pietro - Roma

Le quattro colonne tortili in bronzo si innalzano per 11 metri fino ad incontrare la copertura, sono ricoperte da putti che giocano, tralci di lauro, lucertole e api, queste ultime presenti nello stemma dei Barberini, la famiglia di provenienza del papa.

Nella parte superiore si trovano statue di angeli

 e putti

Nella parte inferiore della copertura spiega le ali la colomba dello Spirito Santo circondata da raggi dorati

Un altro dei capolavori di Bernini in San Pietro è la cattedra di San Pietro,

 Cattedra di San Pietro- Basilica di San Pietro – Roma

in una raggiera in bronzo, tra angeli e nuvole, è incastonato il trono, anch'esso in bronzo dorato, che racchiude la cattedra lignea donata a Papa Giovanni VIII dal re dei Franchi, Carlo I il Calvo, nell'875, quando giunse a Roma per la sua incoronazione.

Sorreggono la cattedra quattro statue, sempre in bronzo, che rappresentano le due davanti Sant'Agostino a destra e Sant'Ambrogio a sinistra,

in secondo piano Sant'Atanasio a sinistra e San Giovanni Crisostomo a destra.

Sopra il trono si trova l'unica vetrata colorata della basilica dove è raffigurata la colomba dello Spirito Santo che si libra in aria.

Colomba dello Spirito Santo - Basilica di San Pietro - Roma

Dopo aver completato il baldacchino Bernini si occupò della decorazione della crociera cioè dell’incrocio tra la navata centrale e il transetto dove si trovano i quattro piloni di Michelangelo che sorreggono la cupola. Nella parte inferiore di ogni pilone c’è una nicchia che contiene una statua: Veronica,

Sant’Elena,

Sant’Andrea

 e San Longino l’unica scolpita da Bernini

Ogni nicchia dà l’accesso ad una cappella dove erano conservate le reliquie dei santi rappresentati: il Volto Santo impresso sul panno con cui Veronica asciugò il volto di Cristo mentre saliva al Calvario, un frammento della Croce portato da Sant’Elena, la testa di Sant’Andrea restituita da Paolo VI a Patrasso e la punta della lancia che Longino utilizzò per trafiggere il costato di Cristo sulla croce. Oggi tutte le reliquie sono conservate nella cappella della Veronica

Bernini fu chiamato anche a progettare spettacolari tombe per i i papi come quella di Urbano VIII e  il monumento funebre di papa Alessandro VII Chigi.

Tomba di Alessandro VII Chigi

Commissionata a Bernini quando Fabio Chigi fu eletto papa in realtà fu iniziata cinque anni dopo la morte del Pontefice e fu terminata nel 1678; Alessandro è inginocchiato in preghiera con la tiara ai suoi piedi , dal diaspro rosso che si stende sotto di lui spunta il braccio della Morte con in mano una clessidra, ai piedi quattro statue che rappresentano le virtù del papa: a sinistra la Carità con in braccio un bambino, dietro la Giustizia, a destra la Verità con il piede sinistro appoggiato sul mondo, dietro di lei la Prudenza. Ci sono testimonianza su come fu portata a compimento la colossale opera progettata e diretta dal Bernini ma realizzata dagli artisti che lavoravano nella sua bottega, il maestro si riservò di scolpire il viso del papa.

Tomba di Alessandro VII Chigi

Non tutto, però,  andava bene per il grande genio, sotto il pontificato di Innocenzo X Pamphilij la stella di Bernini cominciò ad appannarsi, i campanili che aveva progettato per San Pietro presentavano delle crepe strutturali delle quali fu accusato e costretto a demolirli a sue spese. Amareggiato e deluso scolpì senza committenza la Verità svelata dal Tempo lasciata incompiuta senza la figura del Tempo.

  La Verità svelata – Galleria Borghese – Roma

Libero dagli impegni papali Lorenzo si dedicò ad altre opere come la cappella Cornaro, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove i ritratti dei membri della famiglia assistono all'Estasi di Santa Teresa d'Avila.

 Facciata della chiesa di S. Maria della Vittoria

La cappella concessa al cardinale veneziano Federico Cornaro è composta da un sontuoso altare sorretto da due colonne di marmo africano. Una finestra con i vetri gialli nascosta dal timpano dell’altare illumina la scena scorrendo lungo un fascio di raggi in bronzo dorato.

La santa è semidistesa su una nuvola che la trasporta verso l’alto, è avvolta in un abito ampio che cade intorno al corpo in modo disordinato e che rende perfettamente l’idea del movimento, il viso è proteso verso il cielo mentre le appare la visione dell’angelo che la colpisce al cuore più volte con una lancia dalla punta di fuoco.

L’episodio rappresentato è raccontato dalla stessa santa nella sua autobiografia e Bernini lo rappresenta quasi alla lettera.

Racconta Teresa che un cherubino le appare per conficcarle una lancia fiammeggiante nel cuore a simboleggiare l’unione con Dio,

In rilievo alle pareti affacciati a dei palchetti i cardinali e i dogi della potente famiglia Cornaro committenti della cappella.

Famiglia Cornaro

Gli osservatori non sembrano particolarmente colpiti da quello che sta avvenendo sotto i loro occhi ma proprio come spettatori ad uno spettacolo chiacchierano tra di loro scambiandosi i commenti.

L’impatto che nei secoli successivi ebbe l’estasi di Santa Teresa nell’arte fu enorme e non solo nella scultura, per citarne solo uno nel 1923 Pietro Mascagni compose una lirica per orchestra di soli quattro minuti intitolata “Contemplando la santa Teresa del Bernini”.

Nel 1651, grazie ad un abile stratagemma Bernini rientrò nelle grazie di Innocenzo X che aveva affidato al Borromini la realizzazione della fontana di Piazza Navona, Bernini realizzò un modello in argento del suo progetto per la fontana e la fece recapitare di nascosto nel palazzo pontificio. Innocenzo X ne rimase affascinato al punto da affidare a Lorenzo l'incarico.

La fontana, posta in Piazza Navona di fronte alla chiesa di Sant'Agnese in Agone, si presenta come una roccia dalla quale sgorgano i quattro fiumi che all'epoca rappresentavano le terre conosciute: il Gange, il Nilo, il Rio della Plata e il Danubio.

Ogni fiume è raffigurato da un colosso in marmo e caratterizzato da una serie di gesti e movimenti: il Nilo con il capo velato a sottolineare che è ancora sconosciuto il luogo dove sgorga la sorgente,

il Danubio, con il capo cinto di fiori a ricordare le pianure danubiane

indica uno degli stemmi della famiglia Pamphili per ricordare come l'autorità religiosa del pontefice si estenda su tutto il mondo,

il Rio della Plata sorregge un sacco colmo di monete d'argento come richiamo alla limpidezza delle sue acque,

il Gange impugna un lungo remo a rimarcare la navigabilità del fiume.

Quattro animali sbucano dalle rocce: un cavallo lanciato al galoppo sulle pianure danubiane coperte di fiori

 un coccodrillo o forse un armadillo sbuca vicino al Rio della Plata, un leone in procinto di abbeverarsi ai piedi di una palma ondeggiante

e un dragone che si avvolge al remo del Gange.

Troviamo poi un serpente di terra attorcigliato alla base dell'obelisco

e un serpente di mare e un delfino che nuotano mentre nella bocca aperta defluisce l'acqua della fontana.

Al centro del gruppo è posizionato un obelisco recuperato nel circo di Massenzio sormontato da una colomba in bronzo.

La fontana riscosse da subito l'ammirazione di tutti anche se qualche detrattore mise in dubbio la sua stabilità, sembrava impossibile che l’enorme obelisco potesse essere sorretto da una base cava, uno dei tanti aneddoti su Bernini racconta come lo scultore, senza scomporsi, si recasse in Piazza Navona per assicurare l'obelisco con una serie di sottili fili di lana ai palazzi che circondavano la piazza. Un'altra leggenda dice che la mano alzata del Rio della Plata sia un gesto di difesa per il rischio dell'imminente caduta della Chiesa di Sant'Agnese progettata dal Borromini, rivale del Bernini. In realtà la costruzione della chiesa ebbe inizio un anno dopo l'inaugurazione della fontana.

Sempre in piazza Navona si trovano altre due fontane poste all’estremità dell’enorme spazio, quella meridionale già esistente fu affidata al Bernini da papa Innocenzo X perché l’ampliasse,

il personaggio al centro della fontana si erge su una grossa conchiglia con in mano la coda di un delfino che strangola con le gambe, dalla bocca aperta del cetaceo sgorga l’acqua che riempie la vasca.

Un'altra celebre fontana è quella del Tritone posta in piazza Barberini sulla quale si affaccia palazzo Barberini progettato sempre da Bernini su mandato del papa Urbano VIII Barberini.

La fontana ha al centro quattro delfini che sorreggono con la coda la conchiglia bivalve sulla quale è inginocchiata la possente figura del tritone intento a soffiare in una conchiglia tortile da dove sgorga l'acqua che ricopre il gruppo e ricade nella fontana, tra le code dei delfini si notano due stemmi con tre api simbolo della potente famiglia del pontefice.

Posta nell’angolo tra via Veneto e Piazza Barberini si trova un’altra nota fontana di Bernini, quella delle api che Urbano VIII Barberini gli commissionò perché servisse per abbeverare i cavalli, per vari motivi la fontana fu più volta spostata fino a che nel 1915 fu deciso di ricostruirla ma ne furono ritrovati solo pochi pezzi, fu quindi fatta fare una copia ad Adolfo Apolloni. Le api rappresentavano lo stemma della famiglia Barberini, nella valva superiore della conchiglia un’incisione ricorda che la fontana fu fatta costruire da Urbano VIII come ornamento della città e ad uso dei cittadini nel 1644, ventunesimo del suo pontificato. In realtà Bernini, pensando di fare un augurio al papa, fece incidere nel ventiduesimo anno che però non era ancora concluso mancandone ancora due mesi al momento dell’inaugurazione, Il popolo romano trovò la cosa talmente divertente che accusò i Barberini di voler succhiare anche il tempo oltre a tutto quello di cui si erano impossessati. Il nipote del papa, cardinale Francesco Borromini, fece allora cancellare l’ultima cifra dell’iscrizione ma questo diede il via ad altre voci che accusavano il nipote di augurare al papa di non arrivare ai 22 anni di regno, cosa che di fatto avvenne perché Urbano VIII morì otto giorni prima del ventiduesimo anniversario del suo pontificato.

Bernini si dedicò, anche, alla realizzazione di una lunga serie di busti commissionategli dai suoi mecenati che volevano un ritratto in marmo firmato Bernini. Nella Galleria Borghese si trovano i busti di papa Paolo V Borghese

e del cardinale Scipione Caffarelli Borghese.

Con l'avvento di Fabio Chigi diventato papa con il nome di Alessandro VII viene affidato a Bernini la riprogettazione di Piazza del Popolo dal monumentale ingresso settentrionale

alle due chiese gemelle prospicienti via del Corso: Santa Maria in Montesanto, conosciuta anche con il nome di Chiesa degli Artisti, e Santa Maria dei Miracoli.

Sempre in piazza del Popolo Bernini restaurò la chiesa di Santa Maria del Popolo, nella cappella Chigi, progettata da Raffaello, si trova il gruppo marmoreo di Bernini, Abacuc e l'angelo.

 Abacuc e l’Angelo – Cappella Chigi – Chiesa di S. Maria del Popolo – Roma

Bernini progettò anche la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale considerata una perla del barocco e che lo stesso artista considerava la sua migliore opera per il perfetto equilibrio tra architettura, scultura e pittura

Posta di fronte alla manica lunga del Quirinale e costruita tra il 1658 al 1670 su commissione di Papa Alessandro VII Chigi è preceduta da una scalinata semicircolare.

L’interno a pianta ovale è sormontato dalla splendida cupola decorata con cassettoni dorati e grandi figure in stucco posizionate sulle cornici delle finestre che garantiscono una perfetta illuminazione con effetti suggestivi a seconda delle ore della giornata.

La cappella maggiore con l’altare in bronzo dorato e lapislazzuli fu disegnato dallo stesso Bernini

Nel 1667 fu posizionato in Piazza della Minerva l’obelisco della Minerva davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva così chiamata perché costruito sopra un tempio fatto erigere da Gneo Pompeo Magno e dedicato a Minerva Calcidica.

L’obelisco, uno dei nove obelischi di Roma, fu posizionato sulla groppa di un elefante disegnato da Bernini e scolpito da Ercole Ferrata. il piccolo elefante che sorregge l’obelisco sta ad indicare le virtù di forza e sapienza ma a guardarlo più che queste virtù fa pensare all’allegria per il sorriso spontaneo che gli illumina la faccia o forse sorride perché i romani lo chiamavano il pulcin della Minerva, pulcino nel senso di porcino per le forme ridotte e rotonde dell’animale al quale da modello aveva fatto un elefantino portato come omaggio a Roma dalla regina Cristina di Svezia convertita al Cattolicesimo.

Per capire, però, la straordinaria bravura di Gian Lorenzo Bernini bisogna tornare indietro ai suoi esordi.

Le prime opere che Bernini realizza in modo autonomo sono il San Lorenzo sulla graticola, del 1614, l'artista aveva solo 16 anni, e il San Sebastiano del 1617. Da quel momento in poi la sua carriera divenne sfolgorante, inizia a lavorare per il cardinale Maffeo Barberini e poi per il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese che gli commissionò diverse opere. Sono di questo periodo le straordinarie sculture che andarono ad ornare la splendida villa di Scipione Borghese.

Il primo gruppo scultoreo realizzato dal 1618 al 1619 da Bernini per il cardinale Borghese fu Enea, Anchise e Ascanio che fuggono da Troia.

Enea, Anchise e Ascanio - Galleria Borghese - Roma

La scena, ripresa dal secondo libro dell'Eneide di Virgilio, rappresenta Enea che sorregge su una spalla il padre Anchise, mentre il figlioletto Ascanio si aggrappa al mantello del padre.

Enea, nel pieno della forza fisica, solleva su una spalla il padre che si aggrappa a lui con una mano mentre con l'altra sorregge il vaso con le ceneri degli antenati, gli anni di Anchise sono sottolineati dalla pelle cascante e rugosa,

Ascanio con i riccioli arruffati, in mano una lucerna con l'eterno fuoco del tempio di Vesta che li accompagnerà nella nuova vita, si guarda intorno smarrito ma anche curioso.  Per molti critici ed appassionati il gruppo marmoreo oltre a rappresentare un episodio mitologico è anche un chiaro riferimento alle tre età della vita dell'uomo: infanzia, maturità, vecchiaia.

Tra il 1621 e il 1622 Bernini scolpisce il Ratto di Proserpina. Anche qui abbiamo un classico della mitologia romana, Proserpina è la figlia della dea Cerere, nume tutelare della Terra, della fertilità e della nascita. Un giorno Plutone, dio dell'oltretomba vide la fanciulla che raccoglieva fiori e se ne invaghì, sapendo che né Proserpina né Cerere avrebbero acconsentito alle nozze decise di rapirla con il consenso di Giove.

Il ratto di Proserpina - Galleria Borghese - Roma

Il gruppo marmoreo coglie proprio l'attimo in cui Plutone afferra la giovane per portarla con sé nel regno dei morti,

 Proserpina si divincola cercando di sfuggire all'aggressore e con una mano riesce quasi a strappargli la corona dal capo

mentre le mani del dio affondano tra le carni della fanciulla,

ai piedi della coppia il cane a tre teste, Cerbero, guardiano dell'Ade, controlla con i suoi sei occhi che nessuno disturbi l'azione del padrone.

Altro capolavoro indiscusso è il David, portato a compimento tra il 1623 e il 1624. Il tema era già stato affrontato da artisti rinascimentali quali Michelangelo, Donatello e Verrocchio.

 David - Galleria Borghese - Roma

Come Michelangelo, Bernini sceglie il momento prima che la pietra sia scagliata, David, concentratissimo, si prepara a far roteare la fionda per scagliare il sasso, il torso ruotato a dare potenza al braccio, il viso concentrato su Golia, le labbra serrate, lo sguardo corrucciato.

Ai piedi, abbandonata, la corazza di re Saul troppo pesante per il giovinetto e la cetra con la testa d'aquila che servirà per festeggiare la vittoria sul gigante. Un altro aneddoto racconta che il volto del David altri non è che l'autoritratto dello scultore realizzato guardandosi nello specchio che gli reggeva Maffeo Barberini.

Nel 1622 Bernini inizia a lavorare su Apollo e Dafne che terminerà nel 1624.

  Apollo e Dafne - Galleria Borghese - Roma

Anche qui abbiamo un mito classico, Apollo, dopo aver ucciso il serpente Pitone, va a vantarsi della sua impresa con Cupido prendendolo in giro perché mai il dio dell'amore aveva compiuto gesta eroiche. Offeso Cupido preparò due frecce, con quella dorata e appuntita colpì Apollo, con l'altra di piombo colpì Dafne, figlia del dio-fiume Peneo.

Appena Apollo vide Dafne se ne innamorò perdutamente mentre la fanciulla, a causa della freccia di piombo spuntata di Cupido, fuggì via impaurita. Il dio era, però, più veloce di lei e la raggiunse proprio in prossimità del fiume Peneo, Dafne invocò l'aiuto del padre chiedendo che la trasformasse in un'altra forma per salvarsi dall'aggressore. Peneo accolse la richiesta e trasformò la figlia in un albero di alloro che da quel momento divenne sacro per Apollo.

 Il gruppo marmoreo rappresenta l'inizio della trasformazione di Dafne in pianta, le mani e i capelli diventano rami e foglie, dalle dita dei piedi spuntano radici, la fanciulla urla disperata mentre Apollo cerca ancora di trattenerla afferrandola con una mano,

 straordinaria la leggerezza della statua di Apollo che si allunga ad afferrare la fanciulla, un piede sollevato da terra l'altro appoggiato che sorregge il peso del marmo,

meravigliosa Dafne che continua il suo slancio per riuscire a sfuggire alle mani predatorie del dio mentre le radici che spuntano dalle unghie dei piedi stanno già saldamente sprofondando nel terreno.

Di Bernini uomo ci parlano diversi personaggi che l'hanno conosciuto, ne emerge il ritratto di un uomo energico, passionale, ossessionato dalla sua arte ma anche cordiale, intelligente e burlone. Di Bernini artista solo le sue numerosissime opere possono raccontarci.

 Il Ratto di Proserpina – Galleria Borghese - Roma

Gian Lorenzo Bernini muore a Roma il 28 novembre 1680 e viene sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a ricordare colui che aveva immaginato i più straordinari gruppi scultorei per i suoi committenti una semplice lapide posta su un gradino a destra dell'altare maggiore.

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